Marco Gargiulo

#70 Marina Grande di Sorrento – Immersione Notturna

Il raffreddore che mi ha tenuto KO per tutta la settimana finalmente sembra essersi arreso. Riesco di nuovo a respirare, anche se le notti sono ancora un po’ turbolente. La giornata lavorativa è trascorsa sotto un bel sole autunnale, ma nel pomeriggio il vento si è alzato e il cielo si è velocemente coperto, portando con sé un deciso calo di temperatura.

Dopo aver chiuso gli impegni professionali, ho finalmente ripreso in mano anche le attività del Poseidon Team A.S.D., l’associazione di cui ho recentemente assunto la presidenza. Sono in ritardo rispetto ai miei soliti standard, ma l’entusiasmo è intatto: se riesco a rimettere insieme tutta l’attrezzatura necessaria — compresa la muta stagna — potrei davvero pensare di tornare in mare stasera.

Riesco a organizzarmi: passo in garage a prendere la SANTI, i borsoni, le bombole, la zavorra e le pinne. Raggiungo il borgo di pescatori dove, nonostante il deserto di fine stagione, qualche ristorante resiste ancora. Trovare parcheggio, però, è un’impresa. È tutto bloccato, così sono costretto a spostarmi lontano e a scegliere un punto d’ingresso alternativo. Mi preparo con calma, senza forzare, senza sbagliare. Quando la campana della chiesa rintocca le 20, scivolo in acqua.

Dentro il porticciolo l’acqua è pessima, densa e torbida, proprio come l’avevano trovata Mimmo e Davide giovedì scorso, quando li avevo accompagnati qui restando però all’asciutto, febbricitante. Ma fuori la scogliera il mare è calmo, quasi immobile. Le pinne che ho scelto sono troppo morbide e fatico un po’ a pinneggiare in superficie, ma poi scendo lungo il pendio, verso i 30 metri.

Sotto i 20 la visibilità migliora. Sul fondo vedo una grande sogliola, che scivola via elegante. Poco più avanti una mazzancolla, poi una polpessa, uno scorfano, alcune seppie. Non mancano i pesci serpente, ma del mio amico Pippo stasera nemmeno l’ombra. Un piccolo polpo mi osserva attento, un grongo delle Baleari s’infila lento nel sedimento.

Ad un tratto noto una grossa seppia semisepolta nel sedimento. Scatto. Non mi accorgo che sta mangiando un rombo: me ne rendo conto solo quando si stacca dal fondo, lancia una nuvola scura e si allontana, fino a rifugiarsi — ironia del destino — proprio dentro il solito WC sommerso.

Sto già risalendo. Mi soffermo un attimo sul grande spirografo: è cresciuto ancora rispetto allo scorso inverno. Poi costeggio lentamente la scogliera, la torcia che taglia cono dopo cono nel nero dell’acqua.

Alle 21, forse anche prima, riemergo tra le luci quiete del borgo. Sulla spiaggia approfitto per soffiare via i muchi: la pressione della discesa ha fatto il suo effetto, finalmente respiro bene. Mi sento leggero, quasi rigenerato.

Mi spoglio e avviso casa, come avevo fatto prima di entrare in acqua: stasera è tardi e non voglio far preoccupare nessuno. Passo in garage a posare zavorra e bombola scarica, poi torno a casa. Le mie figlie, appena rientrate da danza, mi vengono incontro e mi aiutano a portare tutto in ascensore.

Resta la parte più noiosa: lavare e sistemare attrezzatura e scafandro. Lo faccio con calma, ma nella testa c’è già il cuscino.

La serata non è stata particolarmente ricca dal punto di vista fotografico, ma ne avevo bisogno. Avevo bisogno del silenzio, del nero, dei fasci di luce che galleggiano nel vuoto, di stare un po’ da solo con i miei pensieri, lì dove tutto rallenta.

Vado a dormire felice, ricaricato.
Pronto per una nuova giornata.

 

 

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